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La favola di Cappuccetto Rotto

Pubblicato: 23 marzo 2009 in culture, science
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Sono un uomo e conosco la plastica. Perciò sorrido quando su Repubblica l’infettivologo Moroni definisce il preservativo “un metodo sicuro”. Poveretto, non riesce a tenere il punto nemmeno per tre secondi e già una riga dopo è obbligato a smentirsi: “Se usato bene, dall’inizio alla fine di ogni rapporto ed evitando che si laceri.” Per imparare a governare il cappuccetto ci vuole un po’ di tempo, quasi quanto per imparare a governare l’amore e comunque, anche dopo anni di pratica, in quei momenti è facile dimenticarsi tutto. Il maschio smanioso giustamente si dice allupato e nessuno ha mai visto un lupo, una bestia, preoccuparsi della profilassi. Il cazzo, antica saggezza, non vuole pensieri. Se comincia a riflettere sulle conseguenze, sulla possibilità di prendersi malattie o accollarsi figli, si immalinconisce e si ammoscia.

L’amore fisico è per sua natura irresponsabile, “uno sregolamento di tutti i sensi” per dirla con Rimbaud. L’insigne infettivologo Moroni nella sua smentita sembra alludere alla favola, che tanto favola non è, di Cappuccetto Rotto. Bisogna evitare che si laceri, certo, ma come si fa non ce lo spiega, si vede che all’Università di Milano, dove insegna, dopo tante ricerche non ne sono ancora venuti a capo. Per capire come stanno davvero le cose mi sono andato a studiare non il Catechismo della Chiesa Cattolica, non l’Osservatore Romano, non il Messaggero di Sant’Antonio, che potrebbero veicolare pregiudizi antiscientisti, bensì il materiale esplicativo fornito da Akuel, la marca dei preservativi reperibili in ogni farmacia. L’espositore è su tutti i banconi, non fate finta di non averlo mai visto. Uno dei numerosi modelli si chiama Sicuro e basta il nome per gettare un’ombra sull’affidabilità della gamma restante. Uno si chiama Nudo: “Sottilissimi, impercettibili, per l’intimità più completa”. Uno si chiama Nulla. Secondo l’infettivologo Moroni, secondo il presidente della Commissione europea Barroso, secondo i nemici del Papa (Francia o Spagna azzanna azzanna) che in questi giorni stanno abbaiando da tutti i media si dovrebbe affidare un intero continente, l’Africa, a Nulla. E adesso comincio a leggere, e a leggervi, le istruzioni per l’uso presenti in ogni confezione. Prima però vorrei chiedere alle persone molto sensibili di lasciar perdere, di passare ad altro articolo: non vorrei disgustarle, l’argomento è quello che è.

“Aprire la bustina ed estrarre il preservativo con delicatezza, facendo attenzione a non danneggiarlo con le unghie”. Sembra di capire che prima di ogni incontro potenzialmente torrido sia indispensabile fare un salto dalla manicure. Chissà se nei villaggi del Camerun esiste questa figura professionale, nemmeno a Parma ne ho mai conosciuta una, frequento negozi di barbiere in cui è già molto che ci sia il barbiere, così le unghie me le taglio a casa da solo, malissimo. “Stringere tra indice e pollice il piccolo serbatoio che si trova all’estremità, in modo da farne uscire l’aria che potrebbe causare rotture”. Pur essendo un maschio di lungo corso questa operazione non riesco a capirla bene, ho comunque il sospetto che per eseguirla alla perfezione ci vorrebbero almeno tre mani. “Assicurarsi che rimanga dello spazio in punta per lo sperma”. E se lei prima di cominciare ha voluto accostare le persiane, tu che fai, come ti assicuri, usi gli occhiali a infrarossi? “Subito dopo l’eiaculazione, estrarre il pene mentre ancora è eretto, tenendo stretto il bordo del preservativo con due dita, per evitare che si sfili”. Molti sanno che dopo l’esito anche la donna più feroce si percepisce romantica e gradisce che l’uomo rimanga per qualche minuto dentro di lei. Nel caso contrario, quello con rapida estrazione e fuga, si sente trattata come una prostituta. Sentimento e sicurezza sono in questa fase più incompatibili che in altre. Mi tocca dirlo: Akuel e il professor Moroni (forse anche Barroso) caldeggiano tempi e modi che sono tipici dei rapporti mercenari. Non è finita qui, le istruzioni sono fitte e l’azienda produttrice non ci risparmia una lunga serie di avvertenze finali, ognuna con la sua faccetta imbronciata piazzata a fianco. “Non usare il preservativo dopo la data di scadenza indicata”. Il mondo è pieno di signori con la patente scaduta, col libretto scaduto, con la bolletta scaduta, chissà quanti di loro controllano periodicamente la scadenza dei cappuccetti. “Non tenere i preservativi al caldo”. Ci avevano raccontato che erano la soluzione ideale per l’Africa e invece sono più efficaci in Groenlandia. “Non usare lubrificanti a base oleosa (ad esempio vaselina, olio per bambini): possono danneggiare il preservativo”. Non fatemi entrare in dettagli, vi prego, voglio soltanto condividere con voi la mia impressione che questi oggettini in lattice sembrano potersi danneggiare praticamente con tutto, forse anche con lo sguardo. E ho saltato qualche faccetta imbronciata altrimenti facevamo notte. Arrivato alla fine del papiello ritorno all’introduzione, che avevo dimenticato di leggere. Qui nessuna faccetta ma ulteriori mani avanti. “Benché nessun contraccettivo possa garantire una sicurezza al 100 per cento…”. Siamo d’accordo, di sicuro nella vita c’è solo la morte. “I preservativi sono intesi per uso vaginale: l’uso al di fuori del rapporto vaginale può aumentare il rischio che il preservativo si sfili o venga danneggiato”. Ci siamo intesi benissimo, nonostante il linguaggio reticente, peccato che l’Aids provenga in primo luogo da Sodoma. Chiunque sappia leggere l’italiano e si rechi in farmacia può verificare, come ho fatto io, che la Akuel conferma una per una le parole di Benedetto XVI: “I preservativi non sono sicuri”. Affermazione sulla quale non ho mai avuto il minimo dubbio perché io sono un uomo che conosce la plastica, e perché il Papa è infallibile.

di Camillo Langone
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Combattere l'AIDS in Uganda

Pubblicato: 20 marzo 2009 in culture, politics
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Rose, che effetto le fa sentire tante voci polemiche intorno a un problema col quale lei lotta ogni giorno?

Chi alimenta la polemica intorno alle dichiarazioni del Papa deve in realtà capire che il vero problema della diffusione dell’Aids non è il preservativo; parlare di questo significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema. Alla radice della diffusione dell’Hiv c’è un comportamento, c’è un modo di essere. E poi non dimentichiamo che la grande emergenza è prendersi cura delle tante persone che hanno già contratto la malattia, e per quelle il preservativo non serve.
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E per quanto riguarda invece le persone che possono avere rapporti con altre e diffondere il contagio?

Anche lì vale lo stesso discorso: bisogna innanzitutto guardare la loro umanità. Una volta stavamo parlando ai nostri ragazzi dell’importanza di proteggere gli altri, di evitare il contagio; uno di loro si mise a ridere, dicendo: «ma cosa me ne importa, chi sono gli altri? Chi sono le donne con cui vado?». E un altro diceva: «anch’io sono stato infettato, e allora?». L’Aids è un problema come tutti i problemi della vita, che non si può ridurre a un particolare. Bisogna innanzitutto partire dal fatto che bisogna essere educati, anche nel vivere la sessualità. Ma l’educazione riguarda innanzitutto la scoperta di sé stessi: la persona che è cosciente di sé, sa che ha un valore che è più grande di tutto. Senza la scoperta di questo valore – di sé e degli altri – non c’è nulla che tenga. Anche il preservativo, alla fine, può essere usato bene solo da una persona che abbia scoperto qual è il valore dell’umano, se ama veramente, e se è amato. Si pensa forse che dove il preservativo viene distribuito non prosegua il contagio dell’Aids? E poi in certi casi il discorso del preservativo, nelle condizioni in cui ci troviamo, può sembrare a tratti anche ridicolo.

In che senso?

Pochi giorni fa, ad esempio, abbiamo fatto vedere alle nostro donne che cos’è il preservativo, spiegando anche le istruzioni per l’uso: prima di usarlo bisogna lavarsi le mani, non ci deve essere polvere, deve essere conservato a una certa temperatura. Sono state loro stesse a interrompermi: lavarsi le mani, quando per avere un po’ d’acqua dobbiamo fare venti chilometri a piedi? E poi la polvere: anche qualche granello può essere pericoloso e rischiare di strappare il preservativo. Ma queste donne spaccano le pietre dalla mattina alla sera, e hanno la pelle delle mani screpolata e dura come la roccia! Per questo dico che si parla senza minimamente conoscere il problema e la condizione in cui ci trovi.

[…]

Qual è la situazione ora in Uganda riguardo alla diffusione dell’Aids?

In Uganda si stanno facendo grandi progressi, e il nostro presidente sta operando benissimo e ottenendo ottimi risultati. E il suo metodo non è puntare sulla diffusione dei preservativi, ma sull’educazione: ha istituito un ministero per questo, e ha mandato la gente in giro, nei villaggi di analfabeti per educarli a un cambiamento della vita. La moglie del presidente è stata qui da noi poco tempo fa, e ha detto con forza che il vero punto che può far cambiare la situazione è smettere di vivere come i cani o i gatti, che devono sempre soddisfare i loro istinti; e ha parlato del fatto che l’uomo è dotato di ragione, che lo rende responsabile di quello che fa. Se l’uomo rimane legato all’istinto come un animale, dargli un preservativo non serve a nulla. Questo è il metodo che sta dando risultati, e ha portato la diffusione dell’Aids in Uganda dal 18% della popolazione al 3%. Il metodo funziona, e il cuore del metodo è fare in modo che la gente si senta voluta bene. Lo vediamo qui al Meeting Point: quando le persone arrivano qua, non vogliono più andare via.
(intervista a Rose Busingye, direttrice Meeting Point di Kampala, Uganda)

«In paesi come i nostri, dove una madre spesso deve camminare per 40 km per ottenere un’aspirina per il figlio malato o 10 km per raggiungere l’acqua, la questione pratica di garantire una costante disponibilità di preservativi o il loro uso corretto non potrà mai essere risolta. Io credo che la miglior risposta alla minaccia dell’AIDS consista nel riaffermare pubblicamente e chiaramente il rispetto che ogni persona deve al suo prossimo. Dobbiamo educare i giovani alle virtù dell’ astinenza, dell’ autocontrollo e del sacrificio che richiede innanzitutto il rispetto per gli altri»
«Non bisogna insegnare ai bambini come usare i preservativi. Aprirò una guerra sui venditori di condom. Invece di salvare vite umane promuovono la promiscuità tra i giovani. La promiscuità è la maggiore causa di diffusione dell’HIV/AIDS. I bambini a scuola dovrebbero essere educati alla ricerca di un partner per una relazione stabile per tutta la vita»
Yoveri Museveni, Presidente Uganda

Domanda: Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question?

Papa: Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.
Intervista concessa dal Santo Padre Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo verso l’Africa (17 Marzo 2009)