Caro direttore,
sono un sacerdote e vivo in Francia, precisamente a Lourdes, alcuni anni fa ero parroco a S. Maria Goretti a Milano, e ci siamo conosciuti in occasione della morte del suo collega Lino Giaquinto. Ovviamente come tutti, qui e altrove, sono sconvolto per quanto accaduto a Parigi. Ragionevole e comprensibile è la reazione e la conseguente riaffermazione della libertà di pensiero e di parola. Ora, un po’ meno a caldo, vorrei condividere con lei due semplici riflessioni. Anzitutto, io sono Charlie. Le piazze francesi sono invase da persone che giustamente manifestano a favore della libertà di espressione. Nulla può impedire tale diritto, da lungo acquisito dalla cultura occidentale e giustamente da difendere. Anch’io mi unisco a loro. In verità, si tratta di riconoscere il fondamento cristiano di tale valore. Non si può bloccare tale libertà, per cui opinioni diverse, democraticamente si confrontano e in tal modo favoriscono il dibattito culturale, politico e civile. Il vostro-nostro giornale è l’espressione di questa libertà nell’agone della nostra cara Italia. E ben venga, per cui non è ammissibile che, in nome di Dio o di ideologie, si uccida o si chiuda la bocca a chi non appartiene alla tua stessa sponda. Ma devo anche dire, io non sono Charlie. Mi è capitato di vedere, scorrendo internet, alcune vignette pubblicate dal giornale satirico. Ne sono rimasto inorridito e mi sono sentito offeso nella mia fede cristiana (specie vignette riguardanti Benedetto XVI). Mi ha fatto molto male. Disegni di una volgarità estrema e di pessimo gusto. C’è, sì, una libertà, ma non c’è forse anche una deontologia professionale da rispettare? Ci hanno sempre insegnato che la tua libertà termina dove inizia la mia. Ciò vuol dire che è sempre urgente mantenere un corretto equilibrio tra le diverse possibilità. Ricordo, a partire dalla mia infanzia, che l’educazione era: imparare a relazionarsi con gli altri in modo corretto, gestendo le proprie reazioni, moderando il proprio linguaggio e rispettando le regole. A questo siamo stati formati per diventare persone rispettose e cittadini responsabili. Non tutto si può dire e scrivere! Guarda caso, vedo proprio sul nostro giornale la campagna “migliori si può – anche le parole uccidono”. Ben venga: posso indiscriminatamente usare quelle parole, appellandomi al fatto che sono libero da ogni costrizione? Allora che senso hanno le accuse di omofobia o altro, se alla fine posso dire e fare tutto ciò che voglio? Mi ha fatto piacere leggere la riflessione di Giuseppe Anzani e anche, su “La Stampa on line” di venerdì 9 gennaio, il commento di Elena Loewenthal ove dice: «Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski… Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi». Al di là dell’emozione del momento, abbiamo di che pregare, ma nello stesso tempo anche di che riflettere e seriamente. Da parte mia lo farò qui a Lourdes, ove, le campane del santuario, insieme a quelle di Notre Dame a Parigi, hanno suonato a morto, in memoria dei fratelli uccisi. Grazie ancora del vostro lavoro.
padre Giuseppe Serighelli, passionista Lourdes Leggi il seguito di questo post »

Esistono i supereroi della vita reale: è un fenomeno nato in America all’indomani dell’11 settembre. Si tratta di persone comuni, che per puro spirito volontario offrono aiuto in difesa della gente. Si mascherano, hanno nomi di fantasia, ma collaborano con le forze dell’ordine. Non hanno superpoteri, ma solo il desiderio di dare una mano. Non mi dispiace come idea, in fondo la creatività umana, quando si indirizza al bene, segue le orme (e le idee) del Creatore, che a suo tempo creò gli angeli.

Guardiamoci dunque attorno; magari dietro il burbero vicino di casa c’è un indomito benefattore che esce nottetempo a proteggere le donne in difficoltà; magari il nostro indolente collega d’ufficio diventa uno spirito fiero e risoluto impegnato a sconfiggere la piaga del bullismo. Magari sì, sta a vedere che anche mia madre è un supereroe: la Donna Invisibile. In un certo senso lo è già, perché, come tutte le mamme, è quel tipo di persona che fa molto, anzi troppo, e lo fa senza farsi notare. Ma forse nasconde pure dei superpoteri.
Ad esempio, qualche sera fa è stata investita da un ciclista, mentre era in auto pressoché ferma. Difficile da credere, ma può capitare. Nonostante vari testimoni, si è presa lei la multa, perché bicicletta contro auto è come carta contro sasso: vince sempre carta, e ha vinto la bicicletta. Ma torniamo ai fatti: nell’urto il ciclista è caduto, mia madre l’ha soccorso; vedendolo a terra immobile, ha temuto il peggio e, come tipico di una donna all’antica, ha cominciato a recitare le litanie ai santi.
I soccorsi terreni, vigili e ambulanza, hanno poi svelato che la faccenda stava in tutt’altro modo: il suddetto ciclista era parecchio ubriaco, non era affatto ferito ma solo stordito dall’ebbrezza e nascondeva nel fodero interno della giacca un gran coltellaccio, che gli è valso una denuncia. Ecco, io ho pensato: questo tizio poteva pure aggredire mia madre. Invece lei ha pensato: chissà dove andava con quel coltello, speriamo che questo piccolo incidente sia servito per impedire qualcosa di peggio.
Forse la Donna Invisibile ha intercettato un criminale; in ogni caso è finita che lui ha smaltito la sbornia al pronto soccorso, con mia madre che, di nascosto, recitava il rosario in sala d’attesa. E questo è un lieto fine, migliore di qualsiasi cosa lo aspettasse in quella corsa al buio.
Molte volte mi è stato chiesto cosa intendesse il signor Chesterton con l’aforisma: «Quando vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male». Questo piccolo evento di cronaca familiare vale più di mille parole. I supereroi fanno sempre al meglio ciò che vale la pena fare; infatti abitano nel regno della fantasia. Nel nostro amato mondo malandato vale pure il nostro niente: ciascuno, piccolo e sgangherato com’è, serve lì dov’è. Noi umani facciamo male le cose, eppure ne nasce talvolta il bene; ecco, tu te ne stai lì fermo, qualcosa ti sbatte addosso… non hai fatto niente eppure valeva la pena esserci. Vale la pena esserci così come siamo, col nostro buono, col nostro discreto, anche col nostro insufficiente.
Da un grande potere derivano grandi responsabilità; e allora, grazie agli angeli terreni e celesti. Ma pure con la nostra precaria presenza, la Provvidenza opera.

@AlisaTeggi , Tempi.it

[…] Autore sempre geniale, sorprendente e provocatorio, come anche stavolta si evince sin dal sottotitolo, che suona così: suivi de La Transcendance en culottes et autres propos ultra-sexistes. Cioè “risultato de La Trascendenza nelle mutande e altre proposizioni ultrasessiste”. La famiglia per Hadjadj è a livello umano quello che a livello cosmico è l’acqua per Talete o l’aria per Anassimandro: il principio anteriore a tutto il resto, il fondamento che non può essere spiegato proprio perché è un fondamento. Solo se ne può prendere atto, constatando che a dargli forma è la differenza sessuale che si manifesta come attrazione fra l’uomo e la donna. La famiglia è anzitutto natura, ma sempre ordinata e presa in mano dalla cultura. Perché il nascere, proprio di ogni forma naturale, presso gli umani è sempre circondato da un “far nascere”. E dal far nascere della levatrice alla maieutica di Socrate (non a caso figlio di una levatrice), che aiuta a far nascere la verità che è dentro ad ogni uomo, il passo è breve e necessario.
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