Io non sono Charlie Hebdo

Pubblicato: 10 gennaio 2015 in culture, history, politics, religion
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Caro direttore,
sono un sacerdote e vivo in Francia, precisamente a Lourdes, alcuni anni fa ero parroco a S. Maria Goretti a Milano, e ci siamo conosciuti in occasione della morte del suo collega Lino Giaquinto. Ovviamente come tutti, qui e altrove, sono sconvolto per quanto accaduto a Parigi. Ragionevole e comprensibile è la reazione e la conseguente riaffermazione della libertà di pensiero e di parola. Ora, un po’ meno a caldo, vorrei condividere con lei due semplici riflessioni. Anzitutto, io sono Charlie. Le piazze francesi sono invase da persone che giustamente manifestano a favore della libertà di espressione. Nulla può impedire tale diritto, da lungo acquisito dalla cultura occidentale e giustamente da difendere. Anch’io mi unisco a loro. In verità, si tratta di riconoscere il fondamento cristiano di tale valore. Non si può bloccare tale libertà, per cui opinioni diverse, democraticamente si confrontano e in tal modo favoriscono il dibattito culturale, politico e civile. Il vostro-nostro giornale è l’espressione di questa libertà nell’agone della nostra cara Italia. E ben venga, per cui non è ammissibile che, in nome di Dio o di ideologie, si uccida o si chiuda la bocca a chi non appartiene alla tua stessa sponda. Ma devo anche dire, io non sono Charlie. Mi è capitato di vedere, scorrendo internet, alcune vignette pubblicate dal giornale satirico. Ne sono rimasto inorridito e mi sono sentito offeso nella mia fede cristiana (specie vignette riguardanti Benedetto XVI). Mi ha fatto molto male. Disegni di una volgarità estrema e di pessimo gusto. C’è, sì, una libertà, ma non c’è forse anche una deontologia professionale da rispettare? Ci hanno sempre insegnato che la tua libertà termina dove inizia la mia. Ciò vuol dire che è sempre urgente mantenere un corretto equilibrio tra le diverse possibilità. Ricordo, a partire dalla mia infanzia, che l’educazione era: imparare a relazionarsi con gli altri in modo corretto, gestendo le proprie reazioni, moderando il proprio linguaggio e rispettando le regole. A questo siamo stati formati per diventare persone rispettose e cittadini responsabili. Non tutto si può dire e scrivere! Guarda caso, vedo proprio sul nostro giornale la campagna “migliori si può – anche le parole uccidono”. Ben venga: posso indiscriminatamente usare quelle parole, appellandomi al fatto che sono libero da ogni costrizione? Allora che senso hanno le accuse di omofobia o altro, se alla fine posso dire e fare tutto ciò che voglio? Mi ha fatto piacere leggere la riflessione di Giuseppe Anzani e anche, su “La Stampa on line” di venerdì 9 gennaio, il commento di Elena Loewenthal ove dice: «Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski… Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi». Al di là dell’emozione del momento, abbiamo di che pregare, ma nello stesso tempo anche di che riflettere e seriamente. Da parte mia lo farò qui a Lourdes, ove, le campane del santuario, insieme a quelle di Notre Dame a Parigi, hanno suonato a morto, in memoria dei fratelli uccisi. Grazie ancora del vostro lavoro.
padre Giuseppe Serighelli, passionista Lourdes

Gentile direttore,
il direttore di “Charlie Hebdo”, la cui morte dispiace a tutti, come giornalista aveva già pubblicato nel 2006 le “vignette satiriche” contro l’islam uscite in Danimarca. Benché fosse chiaro che ogni volta che tali vignette escono in Occidente, nel mondo a prevalenza islamica c’è chi reagisce, uccidendo cristiani che vivono in quelle terre. Qualcuno li ricorda, quei morti? Questa volta dei fanatici islamici, invece di uccidere dei cristiani, hanno ucciso gli autori delle vignette. In un certo senso, c’era da aspettarselo. Aggiungo: se quelle vignette le avesse fatte un cattolico, e non un comunista del partito Comunista francese filo-staliniano, come avrebbe reagito il compagno Hollande? Lo immagino: condannando le vignette e definendo il loro autore come un provocatore irresponsabile! E se le avesse pubblicato un membro del partito di Le Pen? Idem! Per questi e altri motivi, non sto né con i folli omicidi (temo l’islam che avanza), né con i provocatori che adesso qualcuno vuole martiri.
Sara Frizzi

Gentile direttore,
non ho bisogno di dire “Je suis Charlie” per condannare l’ignobile eccidio perpetrato dai terroristi islamici nella redazione di quella rivista. Non si uccide in nome di Dio, né tanto meno per motivi politici, economici o culturali. Compiango le vittime raccomandandole al Signore e alla sua misericordia. Ma non possiamo collocare questa vicenda sotto la bandiera della laica libertà di stampa, perché la rivista “Charlie Hebdo”, che si titola satirica, è al contrario una vergognosa fabbrica di dissacrazione. Mi sorprende che “Avvenire” non sottolinei come il dileggio specie verso la religione non solo islamica, si sfoghi in modo sconcio anche verso quella cristiana. Offese al sentimento di miliardi di fedeli. Ma la cautela – dicasi: viltà – impedisce egregio direttore di protestare contro una forma di sacrilega cultura che si fa scudo della laicista “libertà di satira”. Sventurata quella madre che ha messo nome “Charlie Hebdo” al suo nato. Non è certo sotto il segno di Dio. E allora: cristiana ed umana pietà per le vittime, cordoglio per la loro esistenza troncata così tragicamente, ma disprezzo per un prodotto editoriale che fa della blasfemìa uno stile di vita e un metodo mediatico.
Luciano Pranzetti

Caro direttore,
la strage di Parigi è sconvolgente. Leggo e sento che molti ne fanno una questione di “vignette” e qualcuno ha addirittura detto che “Charlie Hebdo” se l’è cercata. Siamo fuori dal mondo. Benedetto XVI non fece una vignetta, ma espose con il solito rigore un ragionamento culturale di altissimo livello: eppure fu violentemente attaccato in Oriente e spesso deriso (dagli stessi che ora si stracciano le vesti) in Occidente. La verità è che l’esangue Occidente non è più in grado, ahimè, di difendere la propria gloriosa storia e la propria radice culturale giudaico-cristiana, in nome della grande parola messa in prima pagina giovedì da “Avvenire”: libertà. Accecati dalle preoccupazioni economico-finanziarie, non riusciamo più a sostenere una battaglia politica e culturale che tenga davvero alta la bandiera della libertà, guardando in faccia alla realtà. E la realtà ci dice che in nessun Paese a maggioranza islamica vige la libertà, compresa quella religiosa. Partiamo con fermezza da qui: altrimenti ogni dialogo darà altri spunti criminali al fondamentalismo islamico.
Giuseppe “Charlie” Zola

Caro direttore,
sì, io sono Charlie! Noi siamo Charlie! Tutti siamo Charlie! Scriviamolo. Gridiamolo pure, alto e sonoro. Urliamolo, addirittura. E viviamoli il rispetto, la libertà, i diritti… Tutto ok. Però… È veramente giusto, che il diritto alla satira debba essere così infinito, così senza limiti? Mi pare che una riflessione, seria, democratica, umana, sia davvero necessaria per tutti. Con amicizia, sempre nuova.
Graziano Zoni

Gentile direttore,
non intendo aggiungere ovvietà a ovvietà denunciando l’attacco alla libertà e alla democrazia, fondamenta della nostra civiltà, perpetrato dall’attacco terroristico al giornale satirico “Charlie Hebdo”: mi pare veramente superfluo. Faccio solo due osservazioni. La prima. Mi ha colpito l’universale reazione diffusasi in tutta Europa: “Io sono Charlie”… Può essere segno di una grande immedesimazione, e questo mi piace. La seconda. In tutte queste manifestazioni “spontanee” la ritualità è però sconcertante: silenzio, canto della “Marsigliese”, qualche candela, bandiere a mezz’asta… Nessuna lettura “spirituale”, o per lo meno che le si avvicinasse. E io tendo a dissociarmi dai cori troppo all’unisono: certo la libertà di stampa, la democrazia… ma che libertà sarebbe quella di «essere per professione provocatore caustico e irriverente»? O pensiamo davvero che tutti i disegnatori satirici siano “stinchi di Gandhi”? Noto poi – e lo dico a lei che dirige un giornale fuori dal coro – che proprio mentre tutta Europa si vede servita una informazione continua e assordante e monotona “francese centrica”, in Nigeria diversi villaggi vengono sterminati dai jihadisti di Boko Haram: quale spazio trovano quelle migliaia di vittime nella attenzione, nel pianto e nella reazione dei nostri concittadini europei, così bene informati?
Enrico Bombieri

Il 7 gennaio, proprio nel giorno del primo attacco dei jihadisti di Francia, dialogando con una lettrice che mi segnalava una bellissima storia italiana di presepi fatti assieme da bambini di religioni diverse, scrivevo: «Ignorare e far ignorare il rispetto che altri, diversamente credenti, in questo caso musulmani, hanno per la nostra fede [cristiana] e i suoi “segni” personali e comunitari (ma anche per la fede ebraica: la Sinagoga inserita nel presepe realizzato da bimbi di fede islamica) porta a disprezzare i sani sentimenti e le pratiche religiose altrui, facendo crescere distanze e fomentando inimicizie. Che politici e insegnanti che si dicono “laici” compiano questo errore e questa rimozione è davvero grave. Tanto più nel tempo tragico che viviamo, nel quale minoranze religiose di ogni parte del mondo e, soprattutto, intere comunità cristiane del Medio Oriente sono vittime di persecuzione. È così: rimuovendo le tracce antiche e le voci e le occasioni attuali del dialogo e della convivenza possibili, si finisce per lasciare il campo soltanto ai fanatici». Temevo, come tanti, ciò che poteva accadere, certo non potevo immaginarlo. Però conosco i fanatici: non hanno bisogno di pretesti, ma li sfruttano tutti e sempre per ingigantire il proprio odio e portare contagio e morte. In Asia e Africa i jihadisti assassini ce lo stanno dimostrando da anni (e quanti, anche solo a parole, gareggiano assurdamente con loro per far crescere sospetto, divisione, intolleranza, rabbia). Adesso il fanatismo omicida l’abbiamo sperimentato di nuovo, con annichilente durezza, pure in casa nostra (e qui, bestemmiando il dialogo con chi fanatico non è, purtroppo non mancano quelli che continuano a scimmiottarne le logiche). Perciò come tanti di voi, amici lettori, anch’io che amo e difendo la libertà di coscienza, di pensiero e di stampa mi ritrovo a dire, senza esitazioni, che «sono Charlie» eppure subito dopo, per irrinunciabile convinzione, penso e dico che «Charlie» non voglio proprio esserlo. Perché non credo in una informazione e in una satira incapaci di porsi il problema del “rispetto” (e non di potenze politiche o economiche, ma del divino e dell’umano cioè di ciò che è intimamente sacro per la persona). Una libertà senza responsabilità (che non è solo morale senso del limite, ma anche senso dell’accoglienza dell’altro) non è libertà. Tento di viverlo, e non so più quante volte l’abbia ripetuto prima di tutto a me stesso, ma so quanto bene, ieri, qui, l’abbia saputo scrivere Giuseppe Anzani. E dunque, oggi, dichiaro di essere «Charlie», perché «Charlie» è stato ucciso nelle persone che erano la sua “matita” e la sua “voce” e il loro sangue versato è mio, come quello di ogni uomo e ogni donna vittima di ingiustizia e di violenza. Ma contemporaneamente, in coscienza, continuo a non essere «Charlie». E non mi sento in contraddizione. Di fronte a mani e menti fanaticamente omicide la logica del «né né» (quella che un tempo, in Italia, faceva dire «né con lo Stato, né con le Br») è impossibile. No agli assassini, no al terrore, no al jihad. No, no, no.

Marco Tarquinio, Direttore

da Avvenire, 10 gennaio 2015

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