Ermanno lo storpio

Pubblicato: 24 settembre 2011 in people

Il 18 Luglio dell’anno 1013 Eltrude, sposa di Goffredo, conte di Altshausen di Svevia , diede alla luce un figlio maschio.
Gli sposi appartenevano entrambi a nobilissime famiglie, e nomi di gentiluomini e di alti prelati si ripetono continuamente nei loro alberi genealogici. Eppure di nessuno di costoro si è serbata durevole memoria, salvo che del piccolo essere che venne al mondo orribilmente deforme.
Fu soprannominato “il Rattrappito”, tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili a intendersi. In un mondo pagano egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all’atto stesso della sua nascita, soprattutto considerando che il piccolo Ermanno era uno dei quindici [!!!] figli e che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche “deficiente”.
Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta di chiamare le “tenebre del medioevo”? Lo mandarono in un monastero e pregarono per lui.
Erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell’antica cultura. In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall’Inghilterra (san Bonifazio del Devoshire) e, certamente, dall’Irlanda. Inoltre era largamente diffusa tra il popolo. La cultura latina, piuttosto ardua, era addolcita da piacevoli elmenti germanici. C’erano traduzioni in tedesco dei Vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all’orecchio di tutti.
[…] Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente.
Reichenau sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte. Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno -esisteva cioè da più di duecento anni-. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura.
Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.
Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli può essersi sentito “comodo” o, per lo meno, liberato da ogni dolore: quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: “Piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione” -ah, ecco una parola di difficile traduzione- “di essere galantuomo con tutti”, mi pare che sarebbe il nostro modo di esprimerci, oggi. Con il risultato che tutti gli volevano bene. E frattanto quel coraggioso giovinetto -che, ricordate, non era mai comodo, né seduto su di una sedia, né sdraiato in un letto- imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica. Scrisse un intero trattato sugli astrolabi e nella prefazione scrisse: “Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca”… “è stato indotto dalle preghiere di “molti amici” (già “tutti” gli volevano bene!) a scrivere questo trattato scientifico”. Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesti, ma, in realtà, soltanto a causa della sua “massiccia pigrizia”; tuttavia finalmente poteva offrire, all’amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l’amico l’avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito, di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate.
E, lo credereste? con quelle sue dita tutte rattrappite, l’indomabile giovane riuscì a fare astrolabi, orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso! In quanto alla musica -magari i nostri coristi d’oggi leggessero le sue parole!- egli afferma che un buon musico dovrebbe essere capace di comporre un motivo passabile, o almeno di giudicarlo, e poi di cantarlo. In generale i cantori, egli dice, si curano del terzo punto soltanto, e non pensano mai. Essi cantano, o, per meglio dire, si sgolano, senza rendersi conto che nessuno può cantar bene se la sua mente non è in armonia con la sua voce. Per tali cantanti da strapazzo una voce forte è tutto ciò che conta.
[…] È per altro quasi certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina, dell’Alma Redemptoris, e di alcuni altri.
Ma oltre a questo, Ermanno, dotato di un cervello straorinariamente attivo e vigoroso, e che era a conoscenza di tutte le tradizioni delle più importanti famiglie del suo tempo, ed aveva accesso a molti libri antichi che noi non conosciamo a causa delle distruzioni che in anni successivi dispersero e rovinarono le biblioteche degli antichi monasteri, scrisse un Chronicon di storia del mondo, dalla nascita di Cristo al tempo suo. Si sa che l’opera si meritò le lodi dei competenti del tempo, che la giudicarono straordinariamente accurata, fondata naturalmente sulle tradizioni, ma tuttavia obbiettiva e originale. Eccovi dunque il monachello storpio, chiuso nella sua cella, ma desto, vivo, con gli occhi spalancati a seguire la scena del mondo esterno eppure non mai cinico, non mai crudele (è così frequente il caso che la sofferenza generi crudeltà) e capace di tracciare un quadro completo delle correnti della vita in Europa.
Venne il momento di morire. Lascio al suo amico e biografo Bertoldo di parlarci di questo. “Quando alfine l’amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo, egli fu assalito dalla pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni. Alfine, un giorno, nelle prime ore del mattino, subito dopo la Santa Messa, io, che egli considerava il suo più intimo amico, mi recai da lui e gli chiesi se si sentisse un poco meglio:
– Non domandarmi questo, egli rispose, non questo!… Ascoltami bene. Io morirò certamente tra breve. Non vivrò, non guarirò più.
Riferisce poi il cronista che il paziente gli disse che la notte precedente gli era parso di essere intento a rileggere il famoso Hortensius di Cicerone con le molte sagge osservazioni sul bene e sul male, e gli erano ripassate per la mente tutte le cose che egli stesso aveva avuto in animo di scrivere su quello stesso argomento.
– E sotto la forte ispirazione di quella lettura, tutto il mondo presente e tutto ciò che ad esso appartiene -questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa- e, d’altra parte, il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io desidero tutte queste cose passeggere non più che la impalpabile calugine del cardo.
– Sono stanco di vivere.
All’udire queste parole di Ermanno, Bertoldo non seppe più trattenersi e, dice, “ruppi in grida scomposte e pianti! Ma Ermanno dopo un poco tutto indignato mi rimproverò tremando un poco per l’ira e guardandomi di sottecchi con aria di meraviglia:
– Amico del mio cuore, -diss’egli- non piangere, non piangere per me!”
Dopo di che chiese a Bertoldo di prender le tavolette per scrivere onde annotare alcune ultime cose.
– E -aggiunse il morente- ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire, preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un’ora che tu non sai, verrai con me, con me, il tuo caro, caro amico.
E furono queste le sue ultime parole.

Cyril Martindale, Santi

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