Shahbaz Bhatti

Pubblicato: 2 marzo 2011 in people, politics, religion
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Islamabad (AsiaNews) – Il ministro pakistano per le minoranze, Shahbaz Bhatti è stato ucciso questa mattina da un commando armato. L’attentato è stato compiuto nel quartiere I-8/3 da un gruppo di uomini mascherati che hanno teso un agguato al ministro per strada. L’hanno tirato fuori dalla sua auto e hanno aperto il fuoco contro di lui a brevissima distanza, crivellandolo con 30 proiettili  prima di fuggire su un’automobile.

Gli assassini hanno lasciato sul luogo del delitto un manifestino: ” Tehrik-e-Taliban Pakistan” (Ttp) rivendica l’assassinio di Bhatti per aver parlato contro la legge sulla blasfemia. ” Tehrik-e-Taliban Pakistan” è un’organizzazione “ombrello” che raggruppa vari gruppi di militanti islamici.

Shahbaz Bhatti, cattolico, era stato confermato di recente nel suo incarico di ministro per le Minoranze in un rimpasto governativo. Aveva difeso con coraggio Asia Bibi, la cristiana condannata a morte per blasfemia in base a false accuse. Apparteneva al PPP, il partito progressista al governo. Dopo l’uccisione di Salman Taseer, governatore del Punjab, che aveva agli occhi dei fondamentalisti islamici la colpa di aver difeso anch’egli Asia Bibi, Bhatti aveva detto di essere ora “il bersaglio più alto” dei radicali.

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Lamia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

(a cura di M.Antonietta Calabrò, per gentile concessione della Fondazione Oasis e di Marcianum press) da Corriere della Sera

“Ci dedichiamo a coloro che non hanno voce e in particolare cerchiamo di servire i cristiani perseguitati. Ad esempio, portiamo avanti un’iniziativa chiamata Martyrs Fam, rivolta alle famiglie che hanno avuto un familiare ucciso a causa della legge sulla blasfemia: non vengono aiutate da nessuno, non hanno lavoro, noi cerchiamo di dar loro una mano. Offriamo, inoltre, aiuto legale gratuito a tutti gli accusati secondo la norma sulla blasfemia. Diamo protezione, sostegno economico e morale alle famiglie degli accusati: spesso i parenti si devono nascondere, noi provvediamo loro una casa in una località sicura, oltre a cibo, vestiti, medicinali… Dotiamo anche di un rifugio le donne cristiane violentate che non riuscirebbero a riprendere una vita normale. Stiamo per aprire una serie di strutture (la prima entro il 2008), chiamate Hope House (Casa della speranza), per accogliere queste donne e insegnar loro il mestiere di sarta o parrucchiera.

La legge sulla blasfemia risale al 1986. Come giudica questa norma che punisce con la pena capitale chi offende l’islam?

Questa legge è un danno all’armonia sociale del nostro Paese. È un’arma nelle mani degli estremisti islamici che terrorizzano i cristiani e le altre minoranze religiose. Molti cristiani sono stati uccisi (si parla di 25 vittime collegate alla legge – ndr); moltissimi sono stati imprigionati (una ricerca ha quantificato in settemila i cristiani colpiti in qualche modo da provvedimenti legati alla normativa – ndr), molti si trovano ancor oggi in prigione. Chiediamo la cancellazione di questa legge: i cristiani e i membri degli altri credo rispettano tutte le religioni e non vogliono offendere nessun credente. Anzi, vogliono vivere insieme ai musulmani e promuovere la fiducia reciproca.

Cosa state facendo sul piano politico per portare avanti le vostre rivendicazioni?

Lo scorso maggio ho incontrato il nuovo premier Yusuf Raza Gillani (membro del Pakistan People’s Party, il partito della defunta ex presidente Benazir Bhutto). Ho apprezzato il suo interesse sulle tematiche dell’Apma e gli ho rinnovato la richiesta di abolire la legge sulla blasfemia. Gillani mi ha assicurato che farà ogni sforzo per proteggere la libertà religiosa e i diritti delle minoranze, e che il governo rivedrà tutte le leggi che discriminano le minoranze. Su suo incarico sto preparando un dossier che analizza le norme discriminatorie.

Ce ne può anticipare il contenuto?

Nella Costituzione pakistana si legge che, in un tribunale della sharia, un testimone non islamico non conta come uno musulmano; nelle scuole pubbliche è obbligatorio l’insegnamento dell’islam anche per i non musulmani: tale obbligo va abolito. Chiediamo che nei posti di lavoro vi sia una quota del 5 per cento destinata alle minoranze e che nelle carceri sia più facile, per i non musulmani, pregare liberamente. I cristiani si danno da fare per lo sviluppo del proprio Paese: io mi sento orgoglioso di essere pakistano, ma le discriminazioni nei confronti dei gruppi minoritari, le violenze verso i non islamici e i soprusi contro la libertà religiosa stanno danneggiando l’immagine del nostro Paese all’estero. Il governo è molto attento che il Pakistan abbia una buona reputazione internazionale, quindi sono ottimista sul fatto che abbia tutto l’interesse a migliorare la situazione. Proprio a Natale, appena prima di venire assassinata, Benazir Bhutto – ero con lei sul pulmino quando l’hanno uccisa – mi aveva mandato un biglietto di auguri con scritto: «Io rispetto i cristiani e se sarò eletta presidente, toglierò tutte le leggi che li discriminano».

Come vive il suo impegno sociale? In Pakistan non mancano le violenze contro i cristiani e anche omicidi…

Sono stato minacciato di morte almeno tre volte. Nel 2003, dopo l’assassinio di un sacerdote cattolico, padre George Ibrahim (ucciso nella sua parrocchia di Nostra Signora di Fatima nel distretto di Okara –ndr), da parte di un’organizzazione islamica estremista, la Tehreek-e-Taliban Swat, feci una conferenza stampa per chiedere l’arresto dei colpevoli. Dopo l’incontro salii sull’auto di un membro dell’Apma; unajeep iniziò a seguirci; vi erano a bordo quattro uomini armati ci bloccarono e iniziarono a gridare che dovevo smettere di difendere i cristiani. Spararono anche contro l’auto, ma non ci successe niente.

Anche i talebani l’hanno presa di mira…

Nel 2007 a Charsadda, al confine con l’Afghanistan, sono circolate lettere dei talebani rivolte ai cristiani: si intimava loro di convertirsi all’islam entro dieci giorni oppure lasciare le proprie case. Sono andato da loro per dare conforto; ho scritto e parlato con le autorità locali, ho rilasciato interviste alla stampa dicendo che noi cristiani non siamo disposti ad abiurare la nostra fede. In quei giorni ho ricevuto minacce anonime di morte via telefono, ma dopo la nostra visita nessun cristiano di quell’area ha abbandonato la propria religione.

Il suo impegno sociale ha anche un risvolto politico?

Il peggioramento della situazione delle minoranze religiose, in particolare dei cristiani, mi ha spinto ad accettare la richiesta della comunità cristiana di rappresentare le minoranze in Parlamento. Posso dire di essere un «ponte» tra la Chiesa e il governo: nel boarddell’Apma c’è il vescovo di Rawalpindi, monsignor Anthony Lobo, e altri esponenti cristiani, vescovi e leader religiosi.

L’Ampa si interessa anche delle minoranze non cristiane…

Pochi mesi fa una ragazza indù è stata rapita a Karachi: mi sono recato in quella città, ho parlato alle autorità, abbiamo fornito assistenza legale gratuita alla famiglia. Ci siamo interessati anche del rapimento di un altro indù, per il quale è stato chiesto un riscatto. L’Apma ha anche rivelato l’uccisione, sempre a Karachi, di un indù, Jaddes Khmar, accusato di blasfemia.

Il dialogo interreligioso nel suo Paese può essere un «deterrente» all’estremismo islamico?

Sì, ma spesso le organizzazioni che si interessano di questo tema fanno iniziative a un livello «alto», non fra la gente comune. Come Apma stiamo per iniziare un progetto apposito, in tutti distretti, con conferenze e meeting a livello locale con cadenza mensile. Invitiamo musulmani, cristiani e membri di tutte le minoranze perché vogliamo essere più vicini possibile alla gente: penso che così possa svanire molta ignoranza tra le diverse religioni. Stiamo per fondare in ogni distretto alcune comunità chiamate “Pace e solidarietà” e formate da persone di diverse religioni. Inoltre abbiamo ricevuto assicurazione dal governo che la televisione nazionale trasmetterà una serie di programmi dedicati alla promozione della convivenza tra i diversi credo.

da www.missionline.org

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