Autem genuit

Pubblicato: 7 dicembre 2010 in religion
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La genealogia di Cristo mostra ancora meglio come i più cupi drammi sessuali possano essere rovesciati in nascita virginale. I monaci la cantano all’aurora, ai mattutini di Natale, su una tonalità gregoriana che risuona di non so quali reminiscenze di sinagoga. Ancora questa fantastica ronda della carne, questa lunga litania di nomi propri legati gli uni agli altri da un autem genuit: Abraham genuit Isaac. Isaac autem genuit Jacob. Jacob autem genuit Judam et fratres eius. Judas autem … , quando sento questa concatenazione di tre volte quattordici generazioni, mi commuovo fino alle lacrime. Più che qualsivoglia insegnamento morale. Perfino più di molte parabole. Perché è l’elemento tangibile della Storia, che passa per i sessi, che richiese patriarchi e matriarche: non una dottrina universale con concetti sovratemporali, ma questo e quello, Giosafat, Roboamo, Zorobabel e signore, tutta una catena di amplessi e di gravidanze per arrivare alla famiglia di Giuseppe in cui il Verbo si è incarnato.

In questa genealogia in cui si snocciolano i padri, vengono menzionate alcune donne, molto rare e dunque molto preziose. Sono quelle che precedono la Santa Vergine. Ci si aspetterebbe dei modelli di virtù: quanto meno come Sara, Rebecca, Rachele. S’incontrano solo figure viziose. In questa successione di uomini, in cui si mescolano tanti idolatri, ogni donna che si distingue è un’irregolare, come se l’immacolata concezione fosse il coronamento di una sequenza di macchie: «Bisogna riconoscerlo, la discendenza carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini, pochi altri uomini hanno forse avuto altrettanto criminali come antenati, e tanto criminali. Particolarmente e carnalmente criminali. Questo è ciò che in parte conferisce al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità (Péguy)». La prima nominata dal faceto evangelista è Tamara. Costei è innanzitutto moglie di quel Er che, durante l’amplesso, fece ciò che dispiace a Dio, e così perverso che venne fulminato sul posto, poi la sposa di suo fratello Onan, ch sparse il proprio seme per terra, si beccò un’apoplessia simile. Non avendo avu­to figli, e siccome Giuda aveva paura a concederle il proprio terzo figlio, la gio­vane vedova si traveste da prostituta, si apposta all’ingresso di Enaim, attrae il proprio suocero che non la riconosce, in quanto coperta dal velo. Dopo qualche tempo, venendo a sapere che lei è rimasta incinta dopo essersi prostituita, vuole bruciarla viva. Ma ella gli fa capire che è lui il padre e che lui era il cliente. Giu­da allora lo riconobbe: «Lei è più giusta di me. Infatti è perché io non l ‘ho data al mio figlio Sela» (Gn 38, 26). Ne nasceranno dei gemelli, uno dei quali è Perez, «la breccia», che prolunga la stirpe messianica.

Seconda donna: Raab di Gerico, la puttana dal gran cuore. È lei che nascose gli esploratori degli ebrei per proteggerli dal proprio popolo. Più tardi, quando Gerico sarà condannata all’anatema, solo lei avrà salva la vita assieme alla sua casa, ma vedrà tutti i propri clienti, tutti i propri concittadini sterminati, e quindi sposerà uno dei loro carnefici. Terza donna: Rut, la straniera, la Moabita (razza discendente dall’incesto di Lot con la sua figlia maggiore). Si rammenti che nel deserto gli ebrei si traviarono con le figlie di Moab. Questa ragazza rimane a servizio di Noemi, sua suocera, e finirà per sposare Booz, il celebre addormen­tato. Prova che la straniera di razza maledetta può essere una benedizione. Quar­ta donna: viene chiamata “la moglie di Uria”, ma si unisce a un altro. In questa maniera, Matteo enfatizza l’adulterio commesso da Davide e Betsabea, adulte­rio seguito dall’assassinio di colui che è, al contempo, lo sposo della prima e il devoto soldato del secondo. Il re Davide viene così menzionato non nel suo splendore, ma per l’aspetto più oscuro del suo regno, per cui «la spada non si al­lontanerà mai più dalla sua casa» (2Sm 12, lO). Ricapitoliamo: un incesto, una prostituzione, un matrimonio con una persona di ceto inferiore, un adulterio ar­ricchito da un omicidio, queste sono le unioni evidenziate da questa genealogia che sboccia nel castissimo matrimonio di Maria e Giuseppe.

Questo è lo stato civile della Redenzione. Non c’è altra matrice per questa morale drammatica abbozzata in precedenza. Essa non dice che il peccato è buo­no, ma che, da un punto di vista superiore che non può essere quello di chi si pro­pone un’azione malvagia, «anche il peccato serve». Specialmente quel peccato della carne che ferisce di desiderio e può distogliere dal peccato più grave dello spirito. Nei cuori più duri, esso fa entrare l’altro, l’irriducibile. Ogni donna irre­golare viene a spezzare un orgoglio: con Tamara è l’orgoglio del moralismo (la madre prescelta ha il proprio figlio da un rapporto illegittimo); con Raab, l’ or­goglio della vittoria (ella fa parte dei vinti); con Rut, l’orgoglio della nazione eletta (ella appartiene all’altra razza); con Betsabea, l’orgoglio della sovranità, che sia quella del re, del profeta oppure del poeta (ella rovescia il signor salmista dal suo trono). Così si rivela la nostra miseria, e questa miseria, per la nostra maggior gioia, può essere il trono di una misericordia.

L’unione di un uomo e di una donna batte i tre colpi. Il dramma può cominciare. Da questa fonte originaria, per generazione, seguono gli altri drammi, sia più luminosi che più neri. Ogni nascita riapre la storia del mondo e nella sua innocenza porta il residuo di tutte le colpe precedenti. Essa ne diventa la greve prosecuzione. Ma ne rappresenta altresì il possibile riscatto. La figlia dell’incesto e del parricidio si alza per ricordare le «leggi immutabili degli dèi». La lunga notte dell’erranza discende e, a forza di scendere, sempre più in basso, sempre più cupa, s’imbatte a mezzanotte nella mangiatoia di Natale.

(Fabrice Hadjadj, Mistica della carne)

 

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