McCain si è berlusconizzato

Pubblicato: 6 ottobre 2008 in politics

Ci sono tratti comuni, e un tipo pigro direbbe globalizzati, nella comunicazione politica in Occidente. Basta fare qualche esempio. Barack Obama, candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, all’inizio sembrava tutto quello che il capo dei democratici in Italia avrebbe voluto essere, nonostante l’abissale diversità delle storie personali rispettive e delle rispettive identità.
Obama era un personaggio capace di presentarsi come «nuovo», con uno slancio oratorio e di immagine personale notevolissimo, in grado di dare una misura di unità civile nella riscoperta di basilari valori universali, nazionali e sociali a tutti gli americani, vendendo loro un forte credo di impostazione religiosa, un cambiamento in cui credere, un futuro liberato dalle pastoie faziose della politica tradizionale. A suo modo, tenendo conto del cinismo europeo e italiano in special modo, era questa più o meno la carta giocata dal leader del Pd, in forma imitativa e in parte con qualche tratto originale. Ma ora Obama è poi gradualmente diventato quel che Walter Veltroni effettivamente è risultato essere: uno che promette profeticamente, ma alla fine si dispone a raccogliere il consenso nella forma burocraticamente più ordinaria, cercando l’autorevolezza non già nell’avventura dello spirito, come sembrava, ma nella carriera del politico ordinario, sotto la protezione intellettuale e organizzativa dei clan del partito.
È a questo punto che ha colpito duro John McCain, «berlusconizzando» la propria immagine, se si può usare un tratto distintivo della politica di massa che ormai appartiene alla storia dell’arte politica europea e mondiale. Ha scelto una gigantesca Brambilla, l’ha fatta a sorpresa candidato vicepresidente per la gioia della destra dei valori e della sua mobilitazione generale, ha dato una curvatura antiestablishment al suo discorso elettorale, molto più spiccata di quella già implicita nella sua inquieta carriera di senatore repubblicano anomalo. La risalita nei sondaggi trainata dalle donne bianche che lavorano, e comunque la nuova competitività di McCain nel rivendicare per sé il titolo di agente del cambiamento, assomiglia molto alla grande rimonta elettorale di Silvio Berlusconi che portò al pareggio a sorpresa del 2006 e, dopo 2 anni di follie politiche del prodismo, al trionfo della scorsa primavera.
Stesso clima e stessa aria: una politica di pancia, che fa appello agli spiriti vitali e primitivi, dove le scommesse sulla tassazione della prima casa hanno la stessa risonanza del grido «drill, baby, drill!» («trivellate, trivellate!») che arriva all’orecchio degli americani attoniti di fronte al prezzo imbizzarrito della benzina.
Non si sa come andrà a finire, ma le destre a questo gioco sono spesso imbattibili. In tutt’altro contesto, quello francese, dove la politesse e l’arte dello stato sono intrinsecamente legate all’autorevole vincolo nazionalrepubblicano, Nicolas Sarkozy seppe giocare in modo vincente, contro la veltroniana e un po’ fiacca Ségolène Royal, la rottura e insieme l’apertura (anche McCain, mentre fa girare la campagna contro il suo presidente e il suo partito, contro il suo Chirac e il suo establishment, dice di voler governare con una squadra bipartisan di repubblicani e democratici).
Il fatto è che in questa giostra antipolitica i conservatori sono aiutati in modo decisivo dallo snobismo dei progressisti. «I democratici parlano a nome dei meno ricchi, dei socialmente svantaggiati… una preoccupazione autentica e ammirevole… il guaio è che mancano di rispetto agli oggetti della loro sollecitudine… la loro simpatia verso di loro arriva mista a un certo snobistico disdegno, e persino al disprezzo»: così ha sintetizzato la cosa Clive Crook nel Financial Times di Londra. Non si poteva dire meglio, e vale di là e di qua dall’Atlantico.

Giuliano Ferrara
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